Da dove partire per contrastare il dilagare di falsità e ipocrisia che nelle migrazioni ha trovato il perno attorno a cui coagulare le inquietudini per il futuro? Dalla conoscenza di come stanno le cose nella realtà, che vari studi e ricerche indagano, indicando anche soluzioni.

La rappresentazione della migrazione nei media, nell’opinione pubblica e nella politica poggia su dati di realtà?
È proprio vero che la migrazione è ormai fuori controllo a causa del mix di diseguaglianze nel mondo, violenza, cambiamento climatico, che spinge un numero ogni anno maggiore di africani, latinoamericani, asiatici poveri a intraprendere viaggi disperati verso il ricco Occidente? Ed è proprio vero che i migranti che si mettono in viaggio sono dei poveracci vittime di trafficanti corrotti e false illusioni? E ancora, è proprio vero che gli stranieri vivono “vite parallele” in quartieri segregati dominati dalla criminalità?
Le risposte si trovano in vari studi. E anche se i risultati di questi studi non filtrano nell’opinione pubblica, nei media e nella politica, poco interessata a capire e prospettare soluzioni, vale la pena conoscerli.
Una recente pubblicazione di Einaudi, Migrazioni. La verità oltre l’ideologia. Dati alla mano del sociologo Hein de Haas, prende in esame le false credenze, definite dall’autore “miti”, di cui si alimenta la rappresentazione della migrazione, individuandone 22 e analizzandole una per una con dati e fatti.
Le politiche restrittive sulla migrazione hanno fallito
Le politiche restrittive degli ultimi decenni — chiusura delle frontiere, esternalizzazione a Paesi terzi, restrizione dell’accoglienza, scarsi investimenti nell’integrazione — non solo non hanno raggiunto l’obiettivo perché i migranti hanno continuato ad arrivare, ma paradossalmente hanno sortito e aggravato gli effetti che volevano scongiurare: aumento della “illegalità” per le lungaggini amministrative (oltre a traumi, separazione prolungata dalle famiglie, ostacolo alla ricostruzione di una nuova vita), bisogno accresciuto di manodopera qualificata e non, più diffidenza e razzismo. Quindi società meno coese e solidali, con il rischio di creare una classe subalterna e risentita.
Ma neppure le forze politiche di sinistra sono state capaci di indicare strade positive da percorrere: anch’esse prigioniere di una scarsa conoscenza della realtà e dell’idea che di fronte alle masse di migranti che fuggono per ragioni umanitarie o per necessità bisogna accoglierli, pena la perdita di democrazia, e tanto basta.
La retorica politica tende a mascherare il fatto che la migrazione non è una forza esterna che minaccia le nostre società, ma dipende dalla necessità dei governi di reclutare manodopera in agricoltura, industria meccanica, sanità, lavoro domestico, turismo. Piuttosto sono i nostri sistemi di accoglienza a essere disfunzionali, per la contraddizione tra domanda di manodopera straniera e carenza dei canali legali per soddisfarla.
Di quali “miti” si alimenta la rappresentazione della migrazione e come stanno le cose nella realtà?
Non è vero che
- le migrazioni internazionali sono aumentate: la percentuale dei migranti sulla popolazione mondiale è rimasta stabile negli ultimi 50 anni attestandosi intorno al 3%;
- i migranti, anche quelli illegali, sono indesiderati e le frontiere fuori controllo: esiste una correlazione positiva tra aumento dell’immigrazione e crescita economica dei Paesi che accolgono (in Germania subito dopo il picco dei rifugiati siriani nel 2015 il Pil era risalito dall’1,8 al 2,5%);
- stiamo subendo una grave crisi dei rifugiati a causa di guerre, oppressione politica, violenza: il numero di rifugiati sulla popolazione mondiale è sì salito con la guerra in Ucraina, ma i livelli attuali sono simili a quelli dei primi anni ’90: 0,33 nel 1992 e 0,25 alla fine del 2021;
- la povertà e il sottosviluppo sono le cause principali delle migrazioni: migrare è piuttosto una scelta razionale, un investimento per un futuro migliore, che richiede soldi e indebitamento, da saldare in un tempo debito per evitare il rischio, pur presente, di sfruttamento e schiavitù;
- le nostre società sono diventate più eterogenee, con compromissione delle identità nazionali: identità, tradizione, lingue locali sono state da tempo sottoposte al processo di omologazione, sotto l’influenza dello Stato, dell’istruzione, dei media e Internet, soprattutto tra i giovani. Ciò non esclude la formazione di movimenti indipendentisti (Catalogna, Scozia, a es.) o di gruppi minoritari, ma è più appropriato parlare di identità multiple: coscienza locale e appartenenza a una o più nazioni, soprattutto nelle seconde generazioni. Sono rinate forme di nazionalismi, destinati però a vita breve.
Tra la realtà, da una parte, con le sue promesse di futuro e i rischi, e la sua rappresentazione nei media e nella politica, dall’altra, c’è una preoccupante divaricazione che trova giustificazione nella paura. In mezzo lo sforzo di conoscenza e comprensione di chi sceglie di capire, oltre la menzogna e l’ipocrisia, quale strada percorrere.
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Luciana Scarcia
23 febbraio 2025